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	<title>Nicola Busca, Author at SportOutdoor24</title>
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	<title>Nicola Busca, Author at SportOutdoor24</title>
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		<title>In Carinzia gli Spot del Sole ti segnalano le piste più soleggiate</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nicola Busca]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Oct 2014 12:18:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dove Sciare]]></category>
		<category><![CDATA[carinzia]]></category>
		<category><![CDATA[neve]]></category>
		<category><![CDATA[sci]]></category>
		<category><![CDATA[sci di fondo]]></category>
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					<description><![CDATA[Solitamente sono i maestri di sci, durante le lezioni private oppure quelle di gruppo, che[...]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<img width="670" height="470" src="https://www.sportoutdoor24.mom/app/uploads/2014/10/Skifahren-.jpg" class="attachment-full size-full wp-post-image" alt="" loading="lazy" srcset="https://www.sportoutdoor24.mom/app/uploads/2014/10/Skifahren-.jpg 670w, https://www.sportoutdoor24.mom/app/uploads/2014/10/Skifahren--300x210.jpg 300w, https://www.sportoutdoor24.mom/app/uploads/2014/10/Skifahren--331x232.jpg 331w" sizes="(max-width: 670px) 100vw, 670px" /><br><br><p>Solitamente sono i maestri di sci, durante le lezioni private oppure quelle di gruppo, che si preoccupano (anche un po&#8217; per piacere personale) di portare i propri clienti sulle <strong>piste più belle, soleggiate e panoramiche</strong> del comprensorio. Ovviamente livello tecnico dell&#8217;allievo permettendo.</p>
<p>In alternativa, è l&#8217;esperienza dei singoli che suggerisce su quali versanti sciare al mattino, oppure quali prediligere nelle sciate pomeridiane. A dicembre così come ad aprile.</p>
<p>Ci sono però località sciistiche e comprensori all&#8217;avanguardia che, invece, hanno deciso di propria iniziativa di <strong>suggerire alla clientela le piste più soleggiate e piacevoli della giornata</strong>, con tanto di tabella oraria aggiornata di giorno in giorno.</p>
<p>Una di queste è <a href="http://international.nassfeld.at/it/winter" target="_blank" rel="noopener noreferrer external" data-wpel-link="external">Nassfeld</a> (“campo bagnato” o Pramollo nella sua versione italiana), che con i suoi 30 impianti e i suoi 110 chilometri di piste rappresenta il comprensorio sciistico più ampio della Carinzia, la regione dell&#8217;Austria che ha come suo capoluogo Klagenfurt.</p>
<p>Quest&#8217;inverno, infatti, a Nassfeld la compagnia degli impianti ha deciso di installare sulle sue piste (che per una fortunata coincidenza geografica e climatica regalano spesso agli appassionati del luogo abbondanti nevicate e lunghe ore di sole) due «Spot del sole». Vicino al Kofelplatz Madritsche e alla stazione di monte della seggiovia Gartnerkofel questi strumenti conteranno – ogni giorno – le <strong>ore di sole totali così da suggerire agli sciatore la pista dove sciare</strong>, rilassarsi e prendere il sole.</p>
<p>Con il calar della sera, tuttavia, a Nassfeld non si smette di sciare: la parte finale della sua pista Carnia (2,2 chilometri totali) è infatti la <strong>discesa serale illuminata più lunga delle Alpi</strong>.</p>
<p>Le altre novità proposte dalla località carinziana riguardano poi il <strong>corso di cucina più veloce delle Alpi</strong>, che si svolgerà durante i 17 minuti della risalita della cabinovia del Millennium Express (gli chef sveleranno ai passeggeri diverse ricette locali tra quella dei Kärntner Kasknudl, ravioli di ricotta e erbe), offerte di sci gratis per i bambini fino ai 10 anni nei periodi di bassa stagione (comprensive di pasti, pernottamento, skipass, corso di sci e attrezzatura), un servizio di preparazione sci sulle piste e molto altro.</p>
<p>In alternativa, la stazione carinziana di <a href="http://www.weissensee.com/it" target="_blank" rel="noopener noreferrer external" data-wpel-link="external">Weissensee</a> (il più alto lago ghiacciato dell&#8217;Austria) offre agli amanti della montagna invernale pattinaggio sul lago, giri su carrozze trainate da cavalli, sci di fondo e biathlon. Dal 21 al 31 gennaio 2015, in particolare, si svolgerà proprio a Weissensee l&#8217;evento su ghiaccio più grande al mondo: diverse gare di maratona sul ghiaccio (su distanze di 50, 100 e 200 chilometri) a cui parteciperanno più di 3000 atleti. Nel comprensorio sciistico di Weissensee, inoltre, il prezzo dell&#8217;hotel, dello skipass, della scuola sci e del noleggio è studiato in base all&#8217;altezza.</p>
<p>La <a href="http://www.lesachtal.com/it/home-winter.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer external" data-wpel-link="external">Lesachtal</a>, invece, è considerata il paradiso carinziano dello sci alpinismo e delle ciaspolate, adatti sia per le famiglie in cerca di relax (oppure con guide esperte), che per i gruppi di amici più propensi a una performance sportiva di altro livello.</p>
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		<title>La prima ripetizione italiana al naso di Zmutt per la via Gogna-Cerruti</title>
		<link>https://www.sportoutdoor24.mom/sport/arrampicata/la-prima-ripetizione-italiana-al-naso-di-zmutt-per-la-via-gogna-cerruti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Nicola Busca]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Oct 2014 09:21:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arrampicata]]></category>
		<category><![CDATA[cervino]]></category>
		<category><![CDATA[matterhorn]]></category>
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					<description><![CDATA[Il Naso di Zmutt è quella sezione del Monte Cervino (4478 metri) che guarda verso[...]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[								
								<a href="https://www.sportoutdoor24.mom/app/uploads/2014/10/IMG_0432.jpg" title="prima ripetizione italiana al naso di Zmut per la via Gogna-Cerruti" data-wpel-link="internal">
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								</a>
								
								<hr style="visibility:hidden; height:1px; width:100%; display:block;" />
<p>Il Naso di Zmutt è quella sezione del Monte Cervino (4478 metri) che guarda verso Nord-Ovest. È caratterizzato da una prima parte su di uno scivolo di roccia e ghiaccio a 65 gradi, una seconda che si sviluppa su tetti e strapiombi e, infine, una terza sezione &#8216;più facile&#8217; ma che può regalare sorprese in caso di maltempo. Un totale di 2000 metri di dislivello da scalare completamente in ombra, e con due bivacchi intermedi da trascorrere nel cuore più freddo della montagna. <strong>Un ambiente che, per morfologia e difficoltà tecnica, tiene alla larga anche le cordate più velleitarie</strong>.</p>
<p>Negli anni Trenta, assieme alla parete Nord dell&#8217;Eiger e delle Grandes Jorasses, <strong>il Naso di Zmutt era considerato come uno dei problemi irrisolti delle Alpi</strong>.</p>
<p>La risoluzione di questo &#8216;enigma alpino&#8217; è datata <strong>1969, e al tempo furono due italiani – Alessandro Gogna e Leo Cerruti – ad arrivare in cima al Cervino da questo versante prima di chiunque altro</strong>. Dopo di loro, la Gogna-Cerruti sul Naso di Zmutt (la via più a sinistra guardando la parete per una difficoltà alpinistica di VI superiore con passaggi di artificiale A3 e 1200 metri di dislivello) venne ripetuta poche volte, tra cui in invernale da Edgar Oberson e Thomas Gros nel 1974 e, in solitaria, da André Georges nel 1982 (anche queste prime assolute). Fino a quest&#8217;anno, inoltre, nessun italiano era mai riuscito a ripeterla.</p>
<p>Ma lo scorso 27 settembre, 45 anni dopo la prima di Gogna e Cerruti, la cordata composta dagli alpini François Cazzanelli, Marco Farina e Marco Majori (della Sezione Militare di Alta Montagna – Reparto Attività Sportive del Centro Sportivo Esercito di Courmayeur) è riuscita a <strong>ripetere l&#8217;impresa su una delle pareti più difficili e ingaggianti delle Alpi</strong>.</p>
<p>&#8220;È stato un obiettivo importante – ha raccontato Cazzanelli –, al quale ci siamo preparati salendo due vie sulla Nord delle Grandes Jorasses: la Colton-McIntyre il 4 settembre e la Combinaison Michto-Polonaise il 16&#8221;. E anche se la Gogna-Cerruti era già un grande obiettivo in sé, anch&#8217;essa – nel programma annuale della cordata dell&#8217;Esercito – è un tassello di un mosaico più ampio: &#8220;Il 6 novembre, infatti – ha aggiunto il giovane alpinista valdostano – sempre con Farina e Majori partiremo per la Patagonia. Qui, in base alle condizioni meteo e della neve, decideremo quali vie e salite affrontare. Se il tempo sarà bello proveremo qualche &#8216;vione&#8217;, altrimenti scaleremo su qualche via più rapida e veloce&#8221;.</p>
<p>Il racconto della Gogna-Cerruti da parte dei protagonisti, pubblicato proprio sul <a href="http://www.alessandrogogna.com/" target="_blank" rel="noopener noreferrer external" data-wpel-link="external">blog di Alessandro Gogna</a> (il che dà un&#8217;idea di come l&#8217;alpinismo sia ancora fortemente legato alla sua storia e ai suoi protagonisti), è un viaggio fantastico che da la possibilità a tutti di avvicinarsi – almeno un po&#8217; – a un ambiente altrimenti fuori portata &#8230;</p>
<blockquote><p>Disarmante… Immensa…  &#8216;Il più grande strapiombo delle Alpi Occidentali&#8217;, così Patrick Gabarrou definisce il Naso di Zmutt: una parete misteriosa e austera incassata nell&#8217;immensa muraglia del versante nord del Cervino. Difficile da decifrare, ogni volta che cambia la luce sembra che la sua forma muti ed escano nuovi diedri e tetti. Una sfida completa, severa, dove nulla è scontato in un ambiente tra i più repulsivi che abbiamo mai visto.</p>
<p>Tutto comincia con un messaggio su Whatsapp di Marco Majori il 21 settembre sulla chat della SMAM: &#8220;Cosa pensate di fare questa settimana?&#8221; dopo qualche battuta e scambio di idee il piano è deciso: andiamo a vedere il Naso di Zmutt. Da lì nelle nostre teste hanno iniziato a girare un sacco di pensieri: &#8220;Sarà pulita la parete? A chi chiediamo? Saremo capaci di uscire? La via sarà tutta a posto o sarà crollato qualcosa come spesso accade sul Cervino?&#8221;</p>
<p>Poche storie, l&#8217;unica cosa da fare è partire e andare a vedere, qualcosa faremo. Il 25 settembre ci ritroviamo tutti a casa di François, prepariamo gli zaini, beviamo un caffè e ci muoviamo subito verso il colle del Breuil. Arrivati al rifugio dell&#8217;Hörnli ci aspetta una spiacevole sorpresa: il campo base provvisorio, installato poiché i proprietari del rifugio stanno compiendo delle ristrutturazioni, è chiuso! Iniziamo bene: già un bivacco la prima notte.</p>
<p>Non ci scoraggiamo, ci sistemiamo al meglio e alle 4 iniziamo a muoverci. Attacchiamo la prima parte della via al buio: si comincia subito con dei pendii belli dritti che conducono a una goulotte ripida ma con ghiaccio ottimo. Superato il canale ghiacciato con quattro lunghezze iniziamo ad attraversare verso sinistra per portarci alla base del Naso. Giunti sotto lo strapiombo la vista è impressionante: si ha la sensazione che il tetto in ogni momento possa chiudersi su se stesso inghiottendoci. Il freddo pizzica e i movimenti sono rallentati, Majo fa un movimento sbadato in sosta e perde un guanto.</p>
<p>Da qui in avanti Marcolino Farina passa al comando e iniziamo a scalare su roccia, la giornata è lunga e dopo aver superato un diedro in artificiale con le ultime luci del giorno arriviamo alla esile cengia dove Alessandro Gogna e Leo Cerruti bivaccarono per la seconda volta. Ci fermiamo e iniziamo a sistemarci per la notte, assicuriamo una corda dove possiamo appenderci e sistemare il materiale, ripuliamo dalla neve i nostri piccoli scalini, prepariamo da bere e mangiamo. Ci aspettano ore interminabili, ma non c&#8217;è vento e una stellata fantastica ci fa compagnia, sulla cengia troviamo un sacco di materiale abbandonato: chiodi moschettoni e corde, testimonianze indelebili di vecchi tentativi.</p>
<p>Scorre il tempo e alle 6 di mattina ancora al buio siamo di nuovo in azione, con ordine e calma prepariamo da bere, smantelliamo il bivacco, mangiamo qualcosa e ripartiamo. Marco è di nuovo davanti, si comincia con un muro compatto, solcato solo da una piccolissima fessura che ci costringe a usare le staffe. Il nostro socio scala veloce e sicuro, Majo a un certo punto commenta dicendo: &#8220;Faina scala come se non ci fosse un domani… che livello!!&#8221;</p>
<p>Passano le ore e i tiri si susseguono veloci, purtroppo non ne vediamo mai la fine, ci scambiamo due battute per fare morale: &#8220;Ma se chiamassimo l&#8217;elicottero?&#8221; Marco: &#8220;Piuttosto crepo, ma sull&#8217;elicottero non salgo&#8221;.</p>
<p>Il morale è alle stelle siamo motivatissimi e improvvisamente ci troviamo al sole alla base dell&#8217;ultimo salto: sono le 17.30 dobbiamo muoverci. Farina si supera un&#8217;altra volta e alle 18.15 arriviamo sul bordo del Naso, ma purtroppo non è ancora il momento di esultare perché dobbiamo raggiungere con la luce le tracce della cresta di Zmutt. Mettiamo i ramponi e prendiamo in mano le picche, saliamo velocemente su terreno misto e appena accendiamo le frontali troviamo le tracce, da qui però mancano ancora 250 m di dislivello fino alla vetta e la stanchezza inizia a farsi sentire.</p>
<p>La progressione diventa più facile e la concentrazione cala, Majori perde un altro guanto che sparisce nel buio della notte, François recupera alla rinfusa le corde e in ben due soste si aggomitolano tutte facendoci perdere minuti preziosi. Dopo qualche cappellata alle undici di sera giungiamo tutti e tre in vetta al Cervino. Siamo gasati ma tuttavia consapevoli di dover mantenere la concentrazione per la lunga discesa notturna che ci aspetta. Beviamo un the, mangiamo qualcosa e siamo di nuovo concentrati per la discesa: per riposarci dobbiamo arrivare alla capanna Carrel. La notte è perfetta, non fa freddo, non c&#8217;è neanche una bava di vento, scendiamo con calma senza prendere rischi e alle cinque di mattino mettiamo piede in capanna, giusto il tempo di bere una coca e ci buttiamo nei letti. Il giorno dopo alle 9 siamo svegliati dal papà di François, Valter che ci è venuto incontro, rifacciamo gli zaini e scendiamo, per le tredici abbiamo le gambe sotto il tavolo a casa Cazzanelli.</p>
<p>Che avventura, siamo euforici e soddisfatti, la nostra dovrebbe essere la settima ripetizione assoluta e prima italiana. Non abbiamo ancora realizzato bene quello che abbiamo fatto, questa salita ci rimarrà per sempre nel cuore, sicuramente è la via più completa e severa che abbiamo mai affrontato fino ad ora.</p>
<p>Un viaggio mistico nel cuore del Cervino dove nulla è scontato e banale. Complimenti agli apritori che nel 1969 si sono superati aprendo una via futuristica e complicata che sicuramente ha portato un passo avanti l&#8217;alpinismo dell&#8217;epoca.</p></blockquote>
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			</item>
		<item>
		<title>SP1, la sonda digitale che prevede le valanghe</title>
		<link>https://www.sportoutdoor24.mom/sport/sport-invernali/sp1-la-sonda-digitale-che-prevede-le-valanghe/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Nicola Busca]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Oct 2014 08:49:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sport Invernali]]></category>
		<category><![CDATA[fuoripista]]></category>
		<category><![CDATA[neve]]></category>
		<category><![CDATA[scialpinismo]]></category>
		<category><![CDATA[valanghe]]></category>
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					<description><![CDATA[Immaginate di uscire per una giornata di sci in fuoripista con un gruppo di amici.[...]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[								
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								<hr style="visibility:hidden; height:1px; width:100%; display:block;" />
<p>Immaginate di uscire per una giornata di sci in fuoripista con un gruppo di amici.</p>
<p>Prima di una discesa in neve fresca, però, <strong>sondate il manto nevoso con una sonda digitale, ne leggete i risultati e decidete la sicurezza o pericolosità del pendio per sciarci oppure no</strong>. Successivamente, condividete i dati ricavati attraverso una piattaforma cloud a livello globale così che possano essere visibili da tutti, in tutto il mondo. Anche in Francia, Svizzera, Canada e Alaska gli utenti potranno vedere i risultati della vostro test pre-discesa.</p>
<p>L’esperimento mentale non è pura fantascienza, ma una possibilità che quest’inverno – almeno per i professionisti della sicurezza in montagna – si realizzerà per davvero.</p>
<p>E anche se il primo modello di SP1 (SmartProbe 1) è indirizzato chi abbia ricevuto una precedente educazione e un allenamento specifico di sicurezza in montagna e ci lavori (pisteurs secouristes, guide alpine, nivologi e reparti militari), chissà, magari tra qualche anno <strong>potrebbe diventare un oggetto indispensabile tanto quanto l’Artva, la pala e la sonda classica</strong>.</p>
<p>La SP1 è una <strong>sonda digitale che registra i dati relativi alle condizioni neve e che, al termine di un rilevamento, condivide online i risultati ottenuti</strong> e li rende visibili a una communiy di specialisti. La piattaforma cloud per la condivisione, in particolare, si chiama AvaNet e – così come la SP1 – anche quest’ultima è stata sviluppata dalla AvaTech, compagnia nata a Salt Lake (Utah) e volutamente dedicata allo sviluppo tecnologico applicato alla sicurezza in ambito nivologico. I prodotti sono stati sviluppati in collaborazione con il Mit.</p>
<p>La SP1 e il sistema cloud AvaNet sono stati presentati proprio in questi giorni durante l’<a href="http://issw2014.com/" target="_blank" data-wpel-link="external" rel="external noopener noreferrer">International Snow Science Workshop</a>, che si svolge a Banff – Canada – dal 29 settembre al 3 ottobre.</p>
<p>&#8220;La SP1 è il risultato di oltre due anni di test rigorosi – ha detto Brint Markle, co-fondatore e Ad di <a href="http://www.avatech.com/" target="_blank" data-wpel-link="external" rel="external noopener noreferrer">AvaTech</a> –. La SP1 è stata realizzata per aiutare i professionisti a capire velocemente, accuratamente e obiettivamente, la condizione del manto nevoso per poi condividere tali informazioni con la più ampia comunità montana&#8221;.</p>
<p>Dopo aver letto in una manciata di secondi parametri quali <strong>la compattezza del manto, l’inclinazione e l’aspetto del pendio</strong>, la SP1 riesce anche a geolocalizzare la zona di sondaggio e condividere in tempo reale i dati sulla piattaforma AvaNet.</p>
<p>&#8220;AvaNet – aggiunge la compagnia – aumenterà sensibilmente il numero di dati che i professionisti potranno analizzare e condividere, creando in questo modo un database unico che potrà arricchirsi di foto e ulteriori forme di visualizzazione dei dati&#8221;.</p>
<p>SP1 è lunga 150 centimetri (costruzione flessibile e ripieghevole) e pesa all’incirca 1 chilo. Essa <strong>può essere sincronizzata tramite wireless a uno smartphone, caricare i dati alla app AvaNet al telefono e, successivamente, caricarli sul portale web</strong> (con wifi o anche gli altri sistemi di connessione mobile). In alternativa, SP1 può caricare i dati su computer attraverso un cavo usb. Il prezzo (al momento vendibile solo ai professionisti del settore) è di 2200 dollari, 1500 in sconto fino al 6 ottobre.</p>
<p>&#8220;In un giorno non posso scavare venti buche, ma posso certamente prendere una ventina di profili sonda – afferma Brian Lazar, vice direttore del <a href="http://avalanche.state.co.us/" target="_blank" data-wpel-link="external" rel="external noopener noreferrer">Colorado Avalanche Information Center</a> –. Quindi, se ho questi dati e voglio tracciare uno strato debole lungo quote o periodi di tempo differenti, posso usare la SP1 per confermare la presenza o l&#8217;assenza di strati deboli e potenzialmente rischiosi&#8221;.</p>
<p>La motivazione che ha portato alla creazione della AvaTech e allo sviluppo delle sue tecnologie è anche legata alle esperienze personali dei suoi ideatori e fondatori: &#8220;Abbiamo creato AvaTech perché anche noi abbiamo avuto esperienze o perso amici in valanga. Vogliamo preservare le emozioni positive che si provano in questi ambienti cercando al contempo di renderli luoghi un po’ più sicuri. E crediamo che salvare vite nelle nostre comunità sia innanzitutto conoscenza della neve sotto ai nostri piedi e volontà di evitare le valanghe prima che queste vengano provocate&#8221;.</p>
<p>I principali partner di AvaTech sono l’<a href="http://aiare.info/" target="_blank" data-wpel-link="external" rel="external noopener noreferrer">American Institute for Avalanche Research and Education</a>, il <a href="http://www.fsavalanche.org/" target="_blank" data-wpel-link="external" rel="external noopener noreferrer">Forest Service National Avalanche Center</a>, la <a href="http://www.avalanche.ca/" target="_blank" data-wpel-link="external" rel="external noopener noreferrer">Canadian Avalanche Association</a> e la maggior parte delle stazioni sciistiche americane e canadesi.</p>
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		<title>Il nuovo percorso del Trofeo Mezzalama 2015</title>
		<link>https://www.sportoutdoor24.mom/sport/sport-invernali/il-nuovo-percorso-del-trofeo-mezzalama-2015/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Nicola Busca]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Sep 2014 07:07:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sport Invernali]]></category>
		<category><![CDATA[scialpinismo]]></category>
		<category><![CDATA[Trofeo Mezzalama]]></category>
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					<description><![CDATA[&#8220;Partiamo all’indietro per guardare avanti&#8221;. È il motto del Trofeo Mezzalama 2015, edizione numero 20[...]]]></description>
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								<hr style="visibility:hidden; height:1px; width:100%; display:block;" />
<p>&#8220;Partiamo all’indietro per guardare avanti&#8221;. È il motto del Trofeo Mezzalama 2015, edizione numero 20 in assoluto e numero 10 dell’era moderna, da quando – nel 1997 – è stato riproposto come appuntamento biennale.</p>
<p>E per celebrare i 150 anni dalla conquista del Cervino, avvenuta il 14 luglio 1865 dal versante svizzero ad opera del britannico Edward Whymper, il prossimo anno il percorso di gara sarà &#8220;capovolto&#8221;, proprio per inchinarsi – nel finale – al cospetto del &#8220;Gran Becca&#8221;.</p>
<p>Partenza da Gressoney-La-Trinité, quindi, e arrivo a Cervinia, per un totale di 45 chilometri di percorso, 3145 metri di dislivello positivo e 2862 metri di discesa.</p>
<p>Nel paese walser della Valle del Lys, le 300 squadre ammesse alla gara (le iscrizioni si apriranno il 5 gennaio) scatteranno di corsa nelle vie del centro paese. Solo all’arrivo della pista di Punta Jolanda, dopo 400 metri, si potranno mettere le pelli di foca e iniziare la salita verso i 2300 metri del Gabiet. In caso di condizioni climatiche e nivologiche primaverili o estive, gli organizzatori hanno pensato a un piano B, con partenza fissata a Staffal (1800 metri) e prima parte di gara sulla pista del Mos.</p>
<p>In ogni caso, tuttavia, la parte in salita su piste battute finirà proprio al Gabiet. Da qui, il serpentone dei 900 partecipanti proseguirà in fuoripista verso l’Orestes Hutte, primo ristoro del percorso 2015 (saranno battute due tracce che verranno ripassate prima del transito degli atleti). Successivamente, anche in questo caso in base alle condizioni neve, gli itinerari messi in cantiere sono due: il Canalino delle Aquile (stretto canale che potrebbe essere percorso anche a piedi con neve dura), oppure il Canal Grande, un pendio più ampio che richiederà un lavoro decisamente impegnativo nel momento di battitura della traccia per i molti cambi di direzione.</p>
<p>Il primo controllo orario, invece, è stato posizionato ai 3498 metri del rifugio Mantova, da dove le squadre dovranno procedere in cordata per affrontare il percorso su ghiacciaio. Anche se i cancelli verranno stabiliti quest’inverno a seguito di test specifici effettuati con alcuni atleti, gli organizzatori hanno ipotizzato che il primo sbarramento possa essere stabilito nell’ordine delle tre ore (con 15’ in più per le squadre femminili e miste).</p>
<p>Ma la parte veramente tecnica e maggiormente alpinistica del Mezzalama 2015, il cui stravolgimento di percorso comporta un incremento sensibile del suo livello tecnico, si avrà al passaggio del Naso del Lyskamm. Qui, infatti, i concorrenti dovranno obbligatoriamente indossare ramponi in acciaio, mentre quelli leggeri solitamente utilizzati nelle gare scialpinistiche saranno vietati.</p>
<p>&#8220;In alcuni punti della discesa dal Naso – ha detto Adriano Favre, direttore di gara – le pendenze sono talmente accentuate che non si vede quasi il fondo. Per questo abbiamo optato per ramponi in acciaio, perché quelli leggeri non rispondono alle nostre esigenze di sicurezza. Inoltre le squadre dovranno assicurarsi alle corde fisse con il materiale da ferrata&#8221;.</p>
<p>Dopo la prima asperità alpinistica, il percorso riprende lungo un “falso piano” che porta verso il secondo cancello (e che potrà essere attraversato con le pelli). Il tempo stimato per rimanere in classifica, in questo caso, sarà all’incirca di 6 ore.</p>
<p>Dopo questo passaggio, gli sky runners dovranno nuovamente indossare i ramponi per raggiungere il Colle del Felyk prima (4061) e il Castore poi (4228) percorrendo una cresta decisamente aerea e – per chi avrà ancora fiato e voglia di guardarsi attorno – panoramicamente maestosa. Anche in questo caso, la discesa dalla parete Ovest del Castore dovrà essere percorsa in ramponi e in sicurezza sulle corde fisse che verranno allestite.</p>
<p>Dal Colle Verra (3850), il secondo &#8220;pianone&#8221; ai piedi dei Breithorn che ha reso famosa la &#8220;maratona dei ghiacci&#8221; potrà essere attraversato con le pelli di foca.</p>
<p>Il tracciato si snoda sulla Gobba di Rollin (3899) e quindi al Plateau Rosà (3480) su di un tracciato in fuoripista che potrà essere sceso sci ai piedi nonostante le pendenze.</p>
<p>Dal Plateau le squadre potranno infine slegarsi e procedere &#8220;in tschuss&#8221; con Cervinia nel mirino. Gli ultimi passaggi obbligati saranno il Colle del Teodulo (3316), il Canale del Teodulo, il fuoripista che porta a Plan Maison (2561) e l’ultimo tratto di pista battuta che arriva ai 2050 metri del Breuil dopo i più di 40 chilometri percorsi a fil di cielo.</p>
<p>&#8220;Le difficoltà tecniche aumenteranno &#8211; ha spiegato Adriano Favre, direttore della gara &#8211; e chi gareggerà il 25 aprile dovrà essere anche un alpinista. Sicuramente chi non ha le conoscenze tecniche e non è abituato a muoversi in alta montagna, potrà avere qualche difficoltà&#8221;.</p>
<p>Qualche dubbio e perplessità sul percorso l’hanno sollevato i vincitori dell’edizione 2013, il team dell’esercito composto da Damiano Lenzi, Matteo Eydallin e Manfred Reichegger.</p>
<p>&#8220;Sono un po’ perplesso – ha detto Eydallin – perché preferisco le gare da correre sci ai piedi che non quelle coi ramponi. Si tratterà di trovare gli stimoli e le motivazioni giuste per affrontare questo Mezzalama. Personalmente ci ho messo anni a capire come preparare il Mezzalama classico, per cui è difficile dire adesso su quale aspetto specifico lavorare per preparare questo percorso. La nostra stagione infatti prevede molte altre gare prima del Mezzalama. Dovremo valutare questo aspetto con gli allenatori&#8221;.</p>
<p>Per Damiano Lenzi, invece, &#8220;i primi chilometri di corsa sono una crudeltà gratuita. Anche se credo che a una gara tradizionale non si debba cambiare il percorso, per le celebrazioni dei 150 anni dalla prima del Cervino ci può stare&#8221;. Il suo mantra rimane lo stesso di sempre: &#8220;partire forte, aumentare il ritmo, e arrivare ancora più veloce. Scherzi a parte, sarà fondamentale correre con intelligenza e gestire bene le energie sin dall’inizio perché quest’anno si arriverà in quota dopo un tempo maggiore, fattore questo che può fare la differenza&#8221;.<br />
Oltreché essere legato in modo particolare alla propria storia e quella dell’alpinismo in generale (già nel 1937 il Mezzalama partì invertito da Gressoney per l’inaugurazione della funivia di Cervinia, e guarda caso la conferenza stampa di presentazione dell’evento si è tenuta il 25 settembre, giorno in cui nacque Ottorino Mezzalama), l’evento ha in programma diversi sviluppi e collaborazioni che guardano al futuro.</p>
<p>Quest’anno, il giorno prima della gara, sarà infatti organizzato un “Mezzalama junior” dedicato alle nuove leve dello sci alpinismo al quale potranno partecipare sia gli juniores (dai 18 ai 21 anni) che i cadetti dai 15 ai 17.</p>
<p>Da quest’anno e per altre tre edizioni del Mezzalama, inoltre, il marchio di attrezzatura e abbigliamento per l’alta montagna e lo sci alpinismo &#8220;Dynafit&#8221; (che quest’anno festeggia anche i 30 anni di vita del suo attacco “Low-Tech), sarà sponsor e partner della gara e svilupperà una collezione marchiata Mezzalama. A partire dal 2015, inoltre, la ditta regalerà a tutti i partecipanti uno &#8220;starter gift&#8221;.</p>
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		<title>Che rumore fa la fatica?</title>
		<link>https://www.sportoutdoor24.mom/sport/che-rumore-fa-la-fatica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Nicola Busca]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Sep 2014 15:50:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sport]]></category>
		<category><![CDATA[ironman]]></category>
		<category><![CDATA[triathlon]]></category>
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					<description><![CDATA[&#8220;Dum. Du-dum&#8221;. È il battito del cuore che accelera pochi istanti prima dalla partenza. E[...]]]></description>
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<p>&#8220;Dum. Du-dum&#8221;. È <strong>il battito del cuore che accelera pochi istanti prima dalla partenza</strong>. E poi sale. Passa per la gola, dove smorza in un colpo solo respiro e coraggio, e poi prosegue sempre più in alto, fino alle tempie. A questo punto il cuore assomiglia a un metronomo impazzito in una stanza vuota.</p>
<p>Non è ancora la fatica vera e propria, ma ciò che la precede. <strong>La tensione prima del via</strong>, attimi brevi che diventano eterni in un dilatarsi indefinito di tempo, emozioni e percezioni.</p>
<p>È anche il vociare confuso degli altri 700 concorrenti che partono nella mia batteria, alle 10.05 di domenica 31 agosto 2014. <strong>Il giorno del mio primo Ironman 70.3 (per la cronaca: 1,9 chilometri di nuoto, 90 di bicicletta e 21 di corsa)</strong>. La gara è conosciuta anche come “mezzo Ironman”, una delle più dure e lunghe in assoluto di triathlon.</p>
<p>Siamo a Zell am See, in Austria, nella regione del salisburghese, e di fronte a noi si staglia il plumbeo, calmo e freddo lago Ziller.</p>
<p>Oltre alle domande dei miei compagni di avventura agli sconosciuti con cui condividono soltanto il colore della cuffia, e le battute che tentano di smorzare la tensione, <strong>nell’anticamera della fatica sento anche la voce dello speaker</strong>. Dà le ultime indicazioni ai partecipanti. A noi 700 e agli altri 2100 iscritti che ci partiranno dietro le orecchie. Un briefing in inglese e poi in tedesco.</p>
<p>Qualche bambino urla, poi ride. È qui per vedere mamma o papà, o forse tutti e due. Il tifo sale, la musica cresce di intensità. Il metronomo aumenta la cadenza. <strong>La lucidità sembra abbandonarmi. Ci siamo quasi</strong>.</p>
<p>&#8220;BAAAAM&#8221;. Un colpo di cannone secco, un po’ di fumo e la puzza di bruciato della polvere da sparo. È il segnale. &#8220;Ave, Caesar, morituri te salutant&#8221;.</p>
<p>È il caos più totale. Una tonnara. Il tifo ci porta in acqua cercando di riscaldarci i muscoli dentro alle mute. Cerchiamo la bracciata giusta e fluida sin dall’inizio, cerchiamo di rompere il fiato ma <strong>ci urtiamo, imprechiamo l’uno con l’altro. Ci tiriamo calci e pugni, ma non ci lamentiamo</strong>. Sapevamo che sarebbe andata così e andiamo avanti mirando alla prima boa, piazzata a 950 metri di distanza.</p>
<p>Il rumore della primissima fatica di giornata è <strong>il rumore fluido dell’acqua che ci avvolge</strong>. Non assomiglia né a un fiume, né alle onde che si infrangono sulla costa. Non è nemmeno quello di una cascata. È il rumore di 700 persone che si nuotano a fianco, che iniziano piano piano ad avere il fiatone e fanno brutti versi sott’acqua per buttare fuori l’aria prima della bracciata successiva.</p>
<p>È un rumore a cui piano piano ci si abitua, che diventa parte di te, e che verso la fine della prima frazione sembra quasi quiete e silenzio. Passiamo anche la seconda boa, ai 1150 metri. È l’ultimo cambio di direzione. Il gruppo dei 700 si è sfaldato e iniziano a superarci anche le batterie partite dopo di noi. Le cuffie verdi fluo.</p>
<p>Vedo l’uscita dal lago: un materassone blu con una scritta rossa. Vorrei abbracciarlo tanto mi tira su il morale. <strong>Esco zoppicando dall’acqua e meno male che qualche volontario mi dà una mano</strong>. Tempo: 37 minuti. Sono di nuovo immerso nel frastuono della partenza: musica, urla, acqua e macchine fotografiche.</p>
<p>&#8220;Vai Nik!&#8221;. No. Non può essere vero. In questo frastuono riesco a sentire lei che mi dà un po’ della sua energia. Mi volto e la vedo. <strong>Marta è in prima fila e tifa per me. Incredibile. In mezzo al casino riesco a trovare una finestra di quiete</strong>: la individuo, la isolo per un attimo, spengo il rumore di contorno, faccio il pieno e poi riparto. Voglio sembrare calmo e rilassato, ma il freddo del lago dipinge tutta un’altra espressione sul mio volto.</p>
<p>Le urla confuse ci portano fino alla zona cambio. Prima transizione, da nuoto a bici. Come un ubriaco al rientro da una nottata brava, vago alla ricerca della prima borsa, quella blu. Pettorale numero 188. Sto cercando il cambio per la frazione di bici. Trovata. Ci metto un po’ a togliermi la muta bagnata e infilarmi il gilet e i manicotti asciutti. Poi inforco la bici, risalgo in sella al tifo e vado verso la nuova avventura.</p>
<p>Il tempo ci sta graziando, anche se siamo continuamente avvolti da un grigiore diffuso. Solo ogni tanto compare un po’ di sole a riscaldarci le ossa.</p>
<p><strong>Il fiato deve abituarsi al nuovo mezzo di trasporto</strong>, e la gamba trovare il rapporto con il quale gira meglio. Ma oggi è un rebus di difficile soluzione. Il motivo è semplice: oggi la gamba non gira. Non ce n’è. &#8220;Calmati e ricordati comunque di mangiare e bere&#8221; mi dico. La testa, al contrario, è al suo posto e fa il suo dovere.</p>
<p>&#8220;Ziiip&#8221;. È il rumore della zip della sacchetta che ho montato sul telaio per mettere dentro barrette e gel. Inizio a mangiare qualcosa in un tratto di strada pianeggiante poco dopo i primi 10 chilometri di pedale.</p>
<p>&#8220;Click, click. Ta-tack&#8221;. È il cambio. Sto ancora cercando, invano, di trovare il passo giusto. Mi adeguo a un ritmo non particolarmente pimpante, ma che mi consente comunque di avere una buona velocità nonostante la conserva. Posizione bassa e alta cadenza di pedalate.</p>
<p>&#8220;Track. Ta-tack. Voooooom&#8221;. È il cambio. Quello degli altri ciclisti. Bassi sulle appendici da cronometro, biciclette da gara <em>contre la montre</em>. Ruote ad alto profilo, caschi aerodinamici a coda di rondine. Mi sento un principiante. Loro il ritmo l’hanno trovato e mi superano ai 50 all’ora. (Censura).</p>
<p><strong>Ecco la salita: 900 metri di dislivello in 13 chilometri al 7 per cento</strong>: i primi 10 pedalabili, gli ultimi 3 al 15 per cento. Sono come una macchina ingolfata, un motore diesel al quale hanno fatto il pieno di benzina.</p>
<p>La fatica aumenta, il sudore mi cade copioso sul volto, <strong>il fiatone diventa il rumore assordante che copre quasi tutto il resto</strong>. Ogni tanto le sirene dell’ambulanza, le motociclette dei giudici, le urla dei tifosi e i suoni gutturali dell’apparato digerente dei miei compagni di giornata si insinuano nella mia dimensione mistica e mi riportano con la testa sulla strada. Per il resto, mi immergo nei suoni del mio corpo e viaggio con la testa al di là dell’uomo e del tempo. Sono ormai in una sorta di trance mistica e agonistica.</p>
<p>Mangio regolarmente, ma mai dai rifornimenti in strada. Non so il perché. Semplicemente, nel momento in cui passo davanti ai volontari che ci sporgono acqua, sali minerali e Coca Cola, faccio solo il pieno di tifo e forza per andare avanti. <strong>Le loro incitazioni in tedesco e in inglese sono un mantra indescrivibile</strong>. Guardo i chilometri che passano sul Garmin e ogni tanto piango. Ma di gioia.</p>
<p>&#8220;Wiiiiiii. Flap, flap, flap, flap&#8221;. Dopo il Gpm inizia la discesa. La strada è bagnata. Il ricordo della caduta sulle rotaie del tram (in una giornata non piovosa, ma comunque umida) di due mesi fa è ancora vivo. Tiro il freno più del solito. Non gli altri. Qualcuno mi passa a velocità folle, punta dritto al tornante (&#8220;adesso si schianta&#8221;, penso), una staccata da Moto Gp, piega la bici all’interno e si butta a testa bassa verso la curva dopo. Chapeau.</p>
<p>&#8220;BAAAM&#8221;. No, non è un altro cannone. E nemmeno qualcuno che si è schiantato contro un muro. È un temporale. <strong>Gli ultimi 40 chilometri in bici sono sotto la pioggia</strong>, sotto il rumore battente delle secchiate d’acqua gelata che si schiantano al suolo e sulle nostre teste. Accompagnati dal suono sordo del rigolo che si alza dalla ruota posteriore, mesti, tiriamo avanti chilometro dopo chilometro.</p>
<p>Novanta. La seconda frazione è andata. Tempo 2 ore e 58, media dei 30 all’ora. Ho limitato i danni.</p>
<p>Adesso <strong>ci aspetta la mezza maratona</strong>. Come reagirò? Come andranno le gambe? Poco tempo per pensarci, scendo dalla sella prima di entrare nella T2 e inizio a correre con ancora le scarpette della bici addosso.</p>
<p>&#8220;Clap, clap, clap, gnac, gnac, gnac&#8221;. Le scarpette bagnate avanzano sui tappeti verdi e nel prato infangato. Lascio la bicicletta e vado alla ricerca della seconda borsa, quella rossa. Numero 188. Anche questa la trovo in fretta. Non ci credo.</p>
<p>&#8220;Wa-wa-wawa-wa-wa&#8221;. <strong>Nella tenda dove ci cambiamo il vociare è confuso</strong>. Qualcuno si lamenta perché ha perso qualcosa, qualcuno è redarguito da un giudice, qualcun altro da un volontario per aver lanciato male la borsa o per non averla chiusa. Mi tolgo la roba bagnata e mi infilo qualche gel nel body. Riparto. Che Dio me la mandi buona. Tra due ore massimo sarà finita. &#8220;Un po’ come andare al rifugio Sella partendo dal Colle della Bettaforca&#8221;, penso. Alé.</p>
<p>&#8220;Flap, flap. Flap-flap&#8221;. È il rumore dei miei passi sullo sterrato lungolago dove si svolge la frazione di corsa. Le gambe iniziano ad andare bene. Cioè, con qualche dolore qui e là, ma meglio di prima. Provo ad aumentare il ritmo, ma non posso permettermi niente di stratosferico. Se aumentassi, il fiato mi chiederebbe di diminuire. Il calore del corpo mi surriscalderebbe nonostante la giornate fredda, e andrei fuori giro. Guardo ancora il Garmin. Sto correndo il chilometro a 4’30”, 4’40”. Non male comunque per essere ai primi chilometri. Mantengo l’andatura.</p>
<p>Dopo due chilometri passiamo in centro a Zell am See. È la prima volta che vedo davvero la città.</p>
<p>C’è gente che corre ovunque, e altra gente che fa il tifo da ogni parte. <strong>Uno spettacolo che mette i brividi</strong>. Prendo il primo bracciale colorato. È giallo.</p>
<p>Dopo un primo passaggio in centro, usciamo ancora sul lungolago. Il percorso è eterno, non si vede la fine. Vedo soltanto un serpentone di corridori davanti a me, e un altro convoglio che viaggia in direzione contraria. <strong>Dieci chilometri di gente che corre</strong>. Andata e ritorno. Pazzesco.</p>
<p>Qualcuno parla, qualcuno ride. Qualcuno ha smesso di correre a causa dei crampi e fa allungamento. I bambini ci danno il cinque, un po’ d’acqua e altri sali minerali. Anche in questo caso vado avanti con quello che mi sono portato da casa. Ogni 5 chilometri bevo un gel, mentre al decimo e quindicesimo prendo un po’ d’acqua e mi raffreddo la testa con una spugna.</p>
<p>Mi sono ripreso rispetto alla frazione bici. &#8220;Hai mangiato male nei giorni scorsi. Adesso sei più leggero e vai più veloce&#8221; penso in parte delirando. <strong>Senza più nulla in corpo, e dopo aver digerito tutto quello che ho mangiato negli ultimi giorni, mi sento effettivamente meglio</strong>. Il diesel è di nuovo pulito.</p>
<p>Tuttavia non accelero, vado allo stesso ritmo e mi godo la gara. Ho faticato tanto per essere qui. Voglio godermi ogni istante, ogni immagine, ogni profumo. Ogni rumore e ogni pensiero.</p>
<p>Al secondo giro infilo il secondo bracciale colorato. È rosa e si abbina molto bene al viola dello smalto che io e Andrea ci siamo dati sul pollice e il mignolo della mano. Non siamo una coppia di fatto: sono solo quelle cose un po’ stupide che si fanno alla vigilia.</p>
<p>La tensione inizia a scendere e i pensieri prendono il sopravvento. <strong>Non c’è più rumore, ma una pace silenziosa</strong>.</p>
<p>Penso ai miei genitori. Non potranno condividere con me questo attimo di gioia immensa, ma li ringrazio per avermi insegnato a non mollare mai.</p>
<p>Penso poi alle persone con cui potrò condividere questa esperienza. Perché, in fin dei conti, sto facendo qualcosa che vissuto in solitaria perde significato. <strong>Piango ancora. Un passo dopo l’altro il traguardo si avvicina</strong>.</p>
<p>Il silenzio scompare. È di nuovo tifo, è di nuovo caos. Sono di nuovo colori e rumori indecifrabili. Vedo il traguardo, un tappeto blu ci porta sotto l’arco dell’arrivo. Cinque ore e trenta in totale.</p>
<p>È di nuovo silenzio, ma solo per una frazione di secondo. E poi &#8220;WOW&#8221;. È <strong>l’ultimo respiro di fatica. È l’ultimo vero rumore di fatica</strong>.</p>
<p>E poi è gioia. E lacrime. E vita.</p>
<p>Ancora, ne voglio ancora.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Dormire in tenda ai 3585 metri del Monte Rosa</title>
		<link>https://www.sportoutdoor24.mom/viaggi/avventura/dormire-in-tenda-ai-3585-metri-del-monte-rosa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Nicola Busca]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Sep 2014 13:07:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Avventura]]></category>
		<category><![CDATA[alpinismo]]></category>
		<category><![CDATA[ferrino]]></category>
		<category><![CDATA[monte rosa]]></category>
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<p>Del laboratorio outdoor di Ferrino sul Monte Rosa, in Valle d&#8217;Aosta, ormai sapete tutti. O quasi (nel caso: <a href="https://www.sportoutdoor24.mom/viaggi/avventura/ferrino-highlab-monte-rosa-dormire-quattromila-metri-quota-montagna/" target="_blank" rel="noopener noreferrer" data-wpel-link="internal">ve ne abbiamo parlato</a>). Ma <strong>cosa significa passare una notte in tenda a 3585 metri</strong>?<br />
Un silenzio assoluto, quasi assordante, spezzato soltanto dal rumore degli aerei di passaggio – più o meno fino a mezzanotte – e dai <strong>battiti cardiaci accelerati a causa della prima notte in quota</strong> e che mi martellano nella testa. 78 a riposo per la cronaca. Pensavo peggio&#8230;</p>
<p>Anche se saliamo alla fine di agosto, a queste altitudini la priorità è, innanzitutto, quella di non patire troppo freddo, specialmente <strong>quando le temperature scendono sotto lo zero termico</strong>. È un tentativo di stare sempre bene coperti (naso incluso per quanto possibile) e di mantenere una temperatura sopportabile per riuscire a dormire un po’. La differenza – dovuta anche a una particolare predisposizione naturale e un’abitudine alle basse temperature – la fanno poi i materiali tecnici che si utilizzano. Quelli testati al <strong>Ferrino High Lab del Rifugio Quintino Sella sul Monte Rosa</strong> (che quest’anno compie 20 anni di attività) sono studiati per temperature e altitudini ancora più severe. Va da sé, quindi, che dormire una notte qui nelle tende e nei sacchi a pelo realizzati dall’azienda torinese specializzata nel materiale d’alta montagna non sarà certo come dormire nel proprio letto.</p>
<p>Tutto questo è, secondariamente, un’esperienza personale e intima con se stessi e coi propri pensieri. <strong>Solo in queste condizioni si può provare la sensazione di pacifica solitudine immersi completamente nella natura</strong>, seppur questo sia solo un esperimento euristico dato che il rifugio è solo a pochi metri di distanza dalle tende. Personalmente si è trattato di rivivere una passione antica – l’alpinismo – nel tentativo di rimettere ordine e logica in decisioni e paure di molti anni fa. La montagna, tuttavia, pur essendo l’ambiente che ha ispirato i sentimenti romantici del sublime e delle grandi passioni, è – al tempo stesso – un luogo dove <strong>regnano la razionalità, il calcolo e la semplicità. È il tempio dell’essenzialità</strong>. Ogni grande ragionamento o speculazione astratta si bilancia sempre con le regole e l’austerità di un ambiente esterno (a cominciare dalla gestione del poco ossigeno nell&#8217;aria) che portano l’individuo ad agire e comportarsi in modo funzionale e pragmatico.</p>
<p>Stare <strong>una notte in tenda a quest’altezza è stata anche una lotta di nervi</strong> con il vento e con quelle folate che, dalle 2 del mattino in avanti, hanno iniziato a spezzare il silenzio della notte alpina. È un continuo essere interrotti e frustati dall’aria gelida che in alcuni momenti piega le pareti del tuo piccolo riparo e te le scaraventa in faccia senza complimenti. È un’altalena tra la quiete e la tempesta, tra l’addormentarsi e l’essere risvegliati di colpo.</p>
<p>Adriano Favre – direttore del Soccorso alpino valdostano, gestore del Quintino Sella dal 1987, presidente della Fondazione Mezzalama, guida alpina con più di 20 spedizioni in Himalaya alle spalle – ricorda bene <strong>le esperienze in tenda durante le scalate sugli ottomila</strong>: &#8220;Una volta sul K2 abbiamo dovuto passare due giorni di fila dentro una tenda monoposto. Eravamo in tre e avevamo tre tende, ma non potevamo muoverci a causa del vento. Tutto quello che abbiamo fatto in quel caso è stato rimanere al riparo, prepararci qualcosa da mangiare e aspettare che il tempo migliorasse&#8221;.</p>
<p>Dopo aver passato una notte in tenda sul Rosa con un po’ di vento a darti noia e dopo aver ascoltato i racconti di Favre, ciò che impressiona delle spedizioni himalayane è la lunghezza del tempo passato in tenda: &#8220;Due mesi. Al campo base ci sono tende più grandi in cui ci si stende su brandine senza essere costantemente a contatto col terreno, mentre nei campi avanzati si dorme in sacco a pelo e su un piccolo materassino. Devo dire che <strong>il Ferino High Lab simula bene cosa si prova in quelle circostanze</strong>&#8220;.</p>
<p>Provo a immaginare lontanamente cosa significhi <strong>dormire due mesi in una tenda come quella dove ho passato l’ultima notte</strong>. Mi chiedo – e chiedo a Favre – se dopo un po&#8217; di giorni sia effettivamente possibile abituarsi alla tenda e riuscire a riposare per fare il pieno di energie necessarie a una scalata impegnativa: &#8220;Certo!&#8221; conclude Favre con un sorriso che rivela molto più di quel che dice. &#8220;Poi dormi come un pascià&#8221;.</p>
<p>E al risveglio mi ritrovo immerso in uno spettacolo fatto di neve e ghiaccio semplicemente indescrivibile.</p>
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		<title>Da Londra a Istanbul, in bici, di corsa: è la Transcontinental Race</title>
		<link>https://www.sportoutdoor24.mom/sport/bici/da-londra-a-istanbul-in-bici-di-corsa-e-la-transcontinental-race/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Nicola Busca]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Aug 2014 07:09:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Bici]]></category>
		<category><![CDATA[bicicletta]]></category>
		<category><![CDATA[ciclismo]]></category>
		<category><![CDATA[endurance]]></category>
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					<description><![CDATA[Si chiama Transcontinental Race, 3500 chilometri da percorrere pedalando, in piena solitudine, contro sé stessi[...]]]></description>
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								<a href="https://www.sportoutdoor24.mom/app/uploads/2014/08/41.jpg" title="7 - Transcontinental 2014 Race. Day 4. Checkpoint at Stelvio Pass. Richard Dunnett on the road." data-wpel-link="internal">
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								<a href="https://www.sportoutdoor24.mom/app/uploads/2014/08/52.jpg" title="4 - Transcontinental 2014 Race" data-wpel-link="internal">
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								<a href="https://www.sportoutdoor24.mom/app/uploads/2014/08/1-credit-flickr-cc-jamie-williams.jpg" title="1 credit flickr cc jamie williams" data-wpel-link="internal">
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								<hr style="visibility:hidden; height:1px; width:100%; display:block;" />
<p>Si chiama <a href="http://www.transcontinentalrace.com/" target="_blank" data-wpel-link="external" rel="external noopener noreferrer">Transcontinental Race</a>, 3500 chilometri da percorrere pedalando, in piena solitudine, contro sé stessi e il cronometro. La gara è in corso proprio in questi giorni: ecco come funziona.</p>
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		<title>Abbiamo provato il percorso del Garmin TriO di Forte dei Marmi [blog]</title>
		<link>https://www.sportoutdoor24.mom/sport/fitness/percorso-garmin-trio-forte-dei-marmi-blog-triathlon-gara/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Nicola Busca]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Aug 2014 10:46:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fitness]]></category>
		<category><![CDATA[gara]]></category>
		<category><![CDATA[garmin]]></category>
		<category><![CDATA[nuoto]]></category>
		<category><![CDATA[toscana]]></category>
		<category><![CDATA[triathlon]]></category>
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					<description><![CDATA[A Forte dei Marmi, in una location racchiusa da oasi protette dal WWF e dalle[...]]]></description>
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								<hr style="visibility:hidden; height:1px; width:100%; display:block;" />
<p>A <strong>Forte dei Marmi</strong>, in una location racchiusa da oasi protette dal WWF e dalle cave di marmo di Massa e Carrara che da lontano spiccano con il loro caratteristico color bianco, si svolgerà <strong>la prima edizione del Garmin TriO Forte dei Marmi</strong>, una due giorni di gare molto tecnica e paesaggisticamente spettacolare: sabato 6 settembre è in tabellone l’olimpico, mentre domenica 7 gli atleti si affronteranno nella distanza sprint. Il colosso statunitense della navigazione satellitare porta così a due il numero degli eventi triathlon sponsorizzati in Italia: l’altro, sempre su distanza olimpica (1500 metri di nuoto, 40 di bici e 10 di corsa) si è già svolto a Sirmione sabato 28 giugno.</p>
<p>E per dare un assaggio a tutti di quello che sarà l&#8217;evento che chiuderà la bella stagione, Garmin Italia ha organizzato <strong>due giorni di test sui percorsi di gara</strong>.</p>
<p>La <strong>frazione di nuoto</strong> partirà dalla spiaggia libera del comune di Forte dei Marmi (a ridosso del confine con il comune di Montignoso) e sarà caratterizzata da un giro unico sia per quanto riguarda l’olimpico, sia per lo sprint (che invece prevede 750 metri di nuoto). Gli organizzatori hanno previsto un tracciato “a rettangolo”, con uscita in mare aperto in base alla lunghezza della specialità, e rientro in spiaggia previsto verosimilmente in corrispondenza dello Yatch Club.</p>
<p>La transizione, in questo caso, avrà una lunghezza di 200 metri e dopo l’uscita dalla spiaggia gli atleti dovranno attraversare Viale Italico <strong>prima di accedere alla zona cambio</strong>. In caso di mare molto mosso è prevista comunque una soluzione alternativa, con la partenza del nuoto alla foce del fiume Versilia e percorso in risalita verso l’entroterra.</p>
<p>Ma sarà <strong>la frazione di bici</strong> – un circuito di 20 km che verrà percorso due volte dagli atleti dell’olimpico e una sola da quelli dello sprint – quella più spettacolare e che farà esplodere la gara. Si partirà dalla T1 (prima transizione) su Viale Italico per 500 metri in direzione Montignoso, dopodiché si supererà il ponte sul Versilia e poi si imboccherà il Lungomare di Ponente per altri 400 metri. Svoltati a destra su Viale Marina, gli atleti imbucheranno la strada che punta verso le montagne. Ancora 3mila metri e poi la strada inizierà a salire: <strong>5 chilometri in mezzo a boschi e tratti vista mare</strong> (pendenza massima in alcuni punti del 6-7 per cento) che portano al GPM fissato al chilometro 8 di gara a 238 metri di altezza. Uno strappo che, preso “a cannone”, potrà già fare selezione.</p>
<p>Da qui in poi si scende e si tira il fiato per altri 6 chilometri; chi prende parte allo sprint potrà prepararsi mentalmente alla T2, mentre chi gareggia nell’olimpico dovrà ritrovare le energie per percorrere lo stesso circuito – e quindi la stessa salita – ancora una volta.</p>
<p>Al termine della frazione di bici, <strong>quella di corsa</strong> (5 km per lo sprint e 10 per l’olimpico) si svolgerà su Viale Italico in direzione del centro di Forte dei Marmi. Qui avverrà il giro di boa a 2,5 km, quindi gli atleti ritorneranno alla zona cambio per un totale. Il circuito “a bastone” misura 5 km: gli sprinter lo percorreranno una volta sola, gli atleti dell’olimpico due.</p>
<p>Entrambe le gare assegneranno inoltre punti per il ranking nazionale FITRI (Federazione Italiana TRIathlon). Il prezzo di iscrizione – da effettuarsi sul sito <a href="http://www.garmintrioforte.it/" target="_blank" data-wpel-link="external" rel="external noopener noreferrer">www.garmintrioforte.com</a> &#8211; sarà di <strong>55 euro</strong> per le categorie Senior e Master.</p>
<p>Dopo la gara di sabato (la prima batteria partirà alle 13) l’appuntamento <strong>continuerà alle 18:30 con il consueto pasta party</strong>, con la premiazione alle 19:30, il dj-set a cura di Radio Deejay dalle 20:30 alle 22:30 e – per gli atleti endurance della movida notturna –al Beach Club a partire dalle 22:30.</p>
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